Le 5 fonti della Prospettiva
Su cosa si costruisce, davvero, una Prospettiva che apre porte che gli altri non riescono ad aprire
In un altro articolo ho parlato della Discovery con Prospettiva, cioè della differenza tra arrivare a una conversazione con il cliente da preparati, e arrivare con una vera Prospettiva costruita prima della call. Ma quell'articolo lasciava aperta una domanda importante, che vale la pena affrontare ora: su cosa si costruisce, una Prospettiva solida?
Non basta essere preparati, bisogna sapere dove guardare.
La maggior parte dei commerciali, quando prepara una conversazione importante, si affida a un mix di fonti scelte quasi per caso: una lettura veloce del sito dell'azienda, un giro su LinkedIn, magari un articolo recente su un giornale di settore, qualche numero preso da un report che gira da tempo.
È una preparazione che sembra ragionevole in superficie, ma che ha un problema strutturale: usa esattamente le stesse fonti che stanno usando tutti gli altri commerciali che stanno provando a contattare quello stesso cliente. Il risultato è che le conversazioni suonano tutte uguali, e il cliente lo sente. Le apre allo stesso modo, con lo stesso trigger, con la stessa domanda, con lo stesso messaggio e quindi diventa rumore.
Il vero lavoro di preparazione non è raccogliere informazioni, è scegliere le fonti giuste da cui costruire una lettura che gli altri non hanno. Nel tempo ho identificato cinque fonti che uso sistematicamente prima di ogni conversazione complessa e sono le stesse che il post accennava: le sfide strategiche, le dinamiche di mercato, i trigger event, i problemi interni, gli insight dall'ecosistema.
Sono tutte importanti, e sono tutte necessarie per avere un quadro completo ma non hanno lo stesso peso: due di queste cinque fanno la vera differenza tra una Prospettiva qualsiasi e uno che apre porte che gli altri non riescono ad aprire. E sono le due che quasi nessuno usa davvero, o perché non sa come, o perché richiedono un tipo di lavoro che non si può improvvisare.
Uno dei deal più significativi della mia carriera in Conga è stato con una delle maggiori utility europee attive in Italia, un player primario del settore energetico con operazioni molto strutturate e cicli decisionali complessi: non è stato un deal facile, ed è stato il risultato di un lavoro di preparazione che, guardandolo oggi, si è retto quasi interamente su due delle cinque fonti di cui stiamo parlando.
La prima fonte è stata la lettura delle sfide strategiche fino al punto in cui incontrano il ragionamento economico del vertice aziendale: non mi sono fermato al livello narrativo della strategia, quello che leggi nelle presentazioni pubbliche e nei comunicati stampa. Sono andato più a fondo, cercando di capire quale fosse la ragione che stava muovendo il boardroom in quel preciso momento. La casa madre aveva stabilito un mandato molto chiaro per il CEO italiano di allora: intervenire su una specifica area operativa in cui il gruppo stava perdendo controllo sui prezzi e, di conseguenza, su fatturato ed EBITDA.
Il tema era che una parte importante delle vendite passava attraverso agenzie esterne che modificavano i prezzi in autonomia, senza il livello di governance che il gruppo si aspettava: era una perdita di controllo che aveva impatti diretti sui numeri consolidati a livello europeo, e il fatto che il tema fosse in cima alla lista del CEO italiano non era una mia deduzione, era una lettura precisa arrivata mettendo insieme segnali finanziari, priorità strategiche dichiarate nelle comunicazioni verso gli investitori, e il quadro competitivo del settore.
Quella Prospettiva mi permise di aprire la conversazione al livello giusto: non stavo proponendo uno strumento CPQ per migliorare la generazione di preventivi, stavo proponendo un modo per riportare governance su un'area in cui il boardroom aveva perso controllo, con impatti misurabili su fatturato e margine.
Il tema entrava direttamente nel ragionamento economico che stavano facendo ai piani alti dell'organizzazione, ed è così che è arrivata la prima vera conversazione seria con chi contava.Ma questa Prospettiva, da solo, non sarebbe bastato. Ed è qui che entra in scena la quinta fonte, quella che secondo me fa la differenza in quasi tutti i deal complessi che si vincono, e la cui assenza spiega quasi tutti quelli che si perdono: il partner.
C'era un partner sul deal che nessuno considerava particolarmente rilevante. Non era il tier one, non era il grande system integrator che tutti si aspettavano vedere sull'account: era un functional partner di provincia, un partner piccolo, agile, molto pratico, che presidiava il cliente con la logica della guerriglia.
Nel mercato italiano c'è una convinzione diffusa che sui grandi account debbano lavorare i grandi system integrator, e in quel deal la narrativa dominante era che il partner naturale sarebbe stato uno di quei nomi che nessuno mette mai in discussione. Ma i functional partner come questo hanno una caratteristica che i grandi partner spesso perdono: stanno dentro l'account tutti i giorni, conoscono le persone per nome, sanno chi conta davvero, e vedono dinamiche che dall'esterno sono invisibili.
Quel partner mi guidò dentro il cliente in un modo che nessun'altra fonte avrebbe mai potuto fare: mi disse esplicitamente chi era l'economic buyer reale, quello che aveva l'autorità economica di firmare, e mi disse anche una cosa più preziosa: quella persona non era attrezzata per raccontare da sola la storia di business del progetto.
Aveva l'autorità, non la capacità narrativa, e poi mi indicò chi era la persona giusta da coinvolgere come champion interno, qualcuno che aveva la competenza per costruire la storia, l'accesso alle stanze giuste, e una motivazione personale a portarlo avanti perché il successo di quel progetto avrebbe accelerato una promozione che stava cercando da tempo.
Nessuna di queste informazioni si trovava in un report di settore, nessuna si sarebbe capita da una lettura del sito o da un giro su LinkedIn, nessuna sarebbe stata condivisa in una discovery call formale, per quanto ben condotta: erano il non detto dell'account, e potevano arrivare solo attraverso una relazione costruita nel tempo con un partner che dentro quel cliente ci viveva.
Il deal fu tra i più importanti che chiusi in Conga e se guardo indietro con onestà, senza queste due fonti che si sono rinforzate a vicenda, quel deal non lo avrei mai vinto, o comunque non con quella qualità e non con quel peso strategico.
Le cinque fonti che uso per costruire una Prospettiva prima di una conversazione complessa sono tutte importanti, ma non hanno lo stesso peso strategico e vale la pena descriverle una per una, spiegando cosa cercare in ciascuna e perché fanno la differenza in modo diverso.
La prima fonte sono le sfide strategiche dell'azienda: cosa sta cercando di fare quel cliente nei prossimi dodici-diciotto mesi. Lanciare un nuovo prodotto, entrare in un nuovo mercato, cambiare modello di business, riorganizzare una divisione, portare a termine un'integrazione post-acquisizione.
Questo è quello che quasi tutti guardano: il problema è che quasi tutti si fermano al livello narrativo (quello che l'azienda comunica pubblicamente in modo controllato) ma il lavoro vero comincia dopo, quando cerchi di capire cosa sta muovendo davvero il boardroom, dove sta il ragionamento economico che giustifica quella strategia agli occhi degli investitori o della casa madre, quali sono le implicazioni sul conto economico se quella strategia funziona e cosa succede se non funziona.
È lì che la Prospettiva smette di essere generico e diventa capace di parlare al livello di chi decide davvero.La seconda fonte sono le dinamiche di mercato: cosa sta succedendo nel settore del cliente. Nuove regolazioni, disruption tecnologica, cambiamenti economici, pressioni competitive, consolidamenti in corso: sono informazioni preziose per contestualizzare, ma vanno usate con onestà: sono anche quelle che tutti gli altri commerciali stanno usando in questo momento, spesso confezionate nello stesso modo dai messaggi LinkedIn generati con lo stesso schema.
Portare in call una lettura delle dinamiche di mercato è ormai il livello minimo, non un elemento distintivo: serve a non sembrare impreparati, ma raramente da sola apre una porta.La terza fonte sono i trigger event: un'acquisizione, un cambio di leadership, una fusione, un accordo strategico appena annunciato, un competitor che ha fatto una mossa importante. Sono i momenti in cui le priorità di un'azienda cambiano rapidamente, e in cui si aprono finestre di opportunità che pochi mesi prima non esistevano. I trigger event sono potenti come gancio per aprire una conversazione, ma sono anche il gancio più abusato di tutti nella pratica del prospecting: chiunque sappia usare un alert di Google o un tool di monitoring può intercettarli. La differenza non sta nell'accorgersi del trigger, sta nella capacità di collegarlo a un'ipotesi di business specifica, non a un generico "ho letto che avete acquisito X".
La quarta fonte sono i problemi interni: inefficienze, rischi che stanno crescendo, costi che aumentano più velocemente del previsto, sistemi che non parlano tra loro, processi che si sono stratificati nel tempo e che stanno diventando ingestibili. Queste sono informazioni che dall'esterno spesso non si vedono, o si intuiscono solo indirettamente attraverso segnali deboli. In fase di preparazione i problemi interni si formulano soprattutto come ipotesi da testare in discovery: partendo da quello che si osserva del settore e dalle sfide strategiche dichiarate, si può ipotizzare quali inefficienze operative rendano quel percorso più difficile, e usare quelle ipotesi come apertura di conversazione. Sono utili, ma vivono soprattutto nel momento della conversazione, non nella preparazione pura.
La quinta fonte sono gli insight dall'ecosistema., e qui parliamo di qualcosa che è di natura diversa da tutte le altre quattro: le prime quattro sono informazioni che, con abbastanza tempo e attenzione, si possono recuperare da fonti pubbliche o semi-pubbliche, gli insight dall'ecosistema no.
Sono quello che i partner che lavorano dentro un cliente ti dicono in una chiacchierata informale: sono le voci di corridoio, le dinamiche di potere reali, chi sta cercando una promozione e chi sta cercando di uscire, chi sopravvaluta la propria influenza e chi la sottovaluta, quale progetto ha il vento in poppa e quale sta perdendo terreno nonostante le apparenze.
Sono il non detto, il non conosciuto, quello che nessuno ti dirà mai in una call formale e possono arrivare solo attraverso relazioni costruite nel tempo con partner che dentro quel cliente ci vivono ogni giorno.
Queste cinque fonti non si usano in sequenza: si incrociano tra loro, e il punto in cui convergono è dove la Prospettiva prende forma. Ma tra le cinque, due fanno la vera differenza: la prima ti dà accesso al ragionamento economico di chi decide davvero, quello che il boardroom sta effettivamente pensando quando valuta un investimento e la quinta ti dà accesso al non detto, alle dinamiche interne che nessun'altra fonte può darti.
Le altre tre sono importanti, ma sono anche quelle che ormai tutti sanno usare, o pensano di saper usare: è sulla prima e sulla quinta che si costruisce quasi sempre il vantaggio vero.
Se la prima e la quinta fonte sono quelle che fanno la differenza, la domanda diventa: perché la maggior parte dei commerciali non le usa? La risposta è che entrambe richiedono qualcosa che il resto delle fonti non richiede, e che difficilmente si impara nei corsi di vendita standard.
La prima fonte, quella delle sfide strategiche lette fino al ragionamento economico del boardroom, richiede un tipo di alfabetizzazione che si sviluppa lentamente e che pochi si prendono la briga di sviluppare davvero: non basta leggere i comunicati stampa dell'azienda, non basta guardare l'ultimo bilancio, non basta sapere qual è la strategia dichiarata. Bisogna sapere leggere quei documenti con occhi che colgano dove sta la pressione reale sui numeri, cosa cambierebbe nella struttura di costo se una certa iniziativa avesse successo, dove si nasconde il rischio che il CEO sta cercando di mitigare quando parla in modo apparentemente vago di trasformazione o efficienza.
Questa lettura non si improvvisa: richiede curiosità, richiede il tempo di studiare business che a prima vista sembrano molto diversi dal proprio, richiede la disponibilità a fare domande apparentemente stupide agli amici e alle persone che quel tipo di ragionamento lo fanno di mestiere.
Molti commerciali si tengono alla larga da questo tipo di lavoro perché sentono di non avere gli strumenti ed è vero, in una certa fase della carriera non li hanno, ma la differenza tra chi resta a un livello di conversazione tecnica e chi arriva a un livello di conversazione di business si costruisce esattamente lì, nel momento in cui una persona decide di prendersi il tempo di capire, un pezzo alla volta, come pensa chi sta ai piani alti di un'azienda.
Non è un tema di intelligenza, è un tema di direzione dell'attenzione: chi decide di guardare in quella direzione, nel tempo, sviluppa una capacità di lettura che a chi non ci guarda sembra quasi un dono, ma è solo il risultato accumulato di anni di attenzione volontaria.La quinta fonte, quella degli insight dall'ecosistema, richiede qualcosa di completamente diverso, e altrettanto raro: richiede la capacità di costruire relazioni vere con i partner.
E qui vale la pena essere onesti su un punto che nel mondo commerciale si dice poco: la maggior parte dei rapporti tra vendor e partner in Italia è transazionale. Le persone si vedono agli eventi, si scambiano biglietti da visita, si aggiungono su LinkedIn, si mandano email quando c'è un deal da co-sellare ma raramente si costruiscono le relazioni profonde che permettono a un partner di dirti il non detto di un cliente.
Perché quel tipo di conversazione richiede fiducia, e la fiducia si costruisce con tempo, presenza, aiuti offerti senza chiedere nulla in cambio, coerenza dimostrata nel tempo su cose piccole prima che su cose grandi.
C'è poi un errore più specifico che vedo commettere spesso, e che nel mio caso mi è servito superare per arrivare a vincere quel deal in Conga: la maggior parte dei commerciali costruisce relazioni solo con i partner grandi, quelli che sembrano più importanti sulla carta.
I system integrator di primo livello, i grandi nomi che tutti conoscono, quelli che nei workshop compaiono sempre nelle stesse tavole rotonde: è un errore comprensibile, perché sono partner che portano volume e visibilità, ma è anche un errore che ti lascia scoperto proprio dove servirebbe di più.
I functional partner più piccoli, quelli che presidiano il cliente giorno per giorno, quelli che stanno in provincia ma sono dentro l'account, quelli che nessuno considera perché non hanno il brand sulla giacca, sono spesso quelli che sanno tutto quello che i grandi partner non sanno: costruire relazioni serie con quei partner richiede di rinunciare a un pezzo di snobismo professionale che il mercato invece premia, ed è una scelta che non tutti fanno.
Le altre tre fonti, dinamiche di mercato, trigger event e problemi interni sono usate da tutti perché non richiedono nessuna di queste due qualità: non richiedono alfabetizzazione economica avanzata, non richiedono relazioni profonde costruite nel tempo ma richiedono solo un po' di attenzione e qualche strumento.
Sono utili, sono necessarie per non arrivare impreparati, ma sono anche il livello base che tutti stanno già superando: la differenza vera si gioca sulle due fonti che pochi si prendono il tempo di sviluppare, ed è per questo che le trattative di alto livello si vincono quasi sempre lì.
Le cinque fonti non sono uno strumento che si usa una volta e poi si accantona: sono una pratica che si costruisce e si affina nel tempo, e il modo in cui si costruisce è diverso per ognuna, quindi vale la pena mettere insieme un percorso realistico, sapendo che la prima e la quinta richiedono un investimento più lungo e più costoso delle altre.
Per le sfide strategiche lette al livello del ragionamento economico, il lavoro parte da un cambio di abitudine di lettura: non si tratta di seguire un corso di finanza, si tratta di iniziare a leggere le comunicazioni delle aziende con occhi diversi.
I comunicati agli investitori dicono cose molto diverse dai comunicati stampa generali, perché sono scritti per un pubblico che vuole capire dove va il denaro. Le presentazioni ai risultati trimestrali contengono spesso le priorità reali del boardroom, molto più che i piani strategici pluriennali. Le relazioni di bilancio, anche solo le parti narrative, raccontano cosa il management vuole che gli azionisti capiscano.
Iniziare a leggere questi materiali con regolarità, anche solo per aziende che non stanno nella propria pipeline, è il modo migliore per costruire un vocabolario che poi si applica in modo naturale quando serve. Non richiede sforzo eroico, richiede regolarità.
Un secondo elemento è cercare confronti con persone che quel tipo di ragionamento lo fanno di mestiere: amici in finanza, in controllo di gestione, in strategy consulting, in operazioni di M&A. Fare domande stupide, ascoltare come guardano loro un settore, capire quali sono i segnali che loro cercano quando valutano un'azienda.
Il vantaggio più grande di queste conversazioni non è imparare nozioni tecniche, è capire come pensano persone che ragionano in termini di flussi di cassa, ritorno sul capitale, esposizione al rischio, invece che in termini di prodotto e cliente: quella è la lingua che si parla ai piani alti delle aziende, e chi la capisce anche solo un po' entra in stanze in cui gli altri non entrano.
Per gli insight dall'ecosistema, il lavoro è di natura completamente diversa e richiede un orizzonte temporale ancora più lungo: le relazioni serie con i partner non si costruiscono in un trimestre ma si costruiscono in anni, con piccoli gesti quotidiani ripetuti nel tempo.
Rispondere velocemente quando un partner ha bisogno di qualcosa (anche fuori dal proprio deal), presentare persone utili senza chiedere nulla in cambio, ricordarsi di cose personali che sono state condivise in passato, aiutare un partner a chiudere un suo deal in cui non c'è niente per te solo perché è la cosa giusta da fare: sono cose che sembrano piccole, e in effetti prese singolarmente lo sono, ma nel tempo costruiscono un tipo di fiducia che permette al partner di dirti cose che a nessun altro dice ed è quel tipo di fiducia che poi, quando arriva il deal grande, diventa la differenza tra vincere e perdere.
Un punto specifico su cui vale la pena essere consapevoli è dove si costruiscono le relazioni con i partner: il riflesso più comune è concentrare le proprie energie sui grandi system integrator, quelli che portano volume e visibilità.
È un errore in cui sono caduto anche io per anni: i functional partner più piccoli, quelli che presidiano i clienti con la logica della guerriglia, quelli che stanno spesso in provincia e non hanno il nome che tutti riconoscono, sono spesso i più preziosi per la quinta fonte: ricalibrare la propria attenzione anche su questi partner richiede una scelta consapevole, perché il mercato culturalmente premia le relazioni con i grandi nomi, ma è una scelta che paga in modo sproporzionato, perché quei partner spesso hanno accessi al non detto dei clienti che i grandi non avranno mai.
Per le altre tre fonti, il lavoro è molto più veloce e oggi si è enormemente semplificato: con gli strumenti di intelligenza artificiale disponibili, mettere insieme dinamiche di mercato, trigger event e ipotesi sui problemi interni si fa in una frazione del tempo che richiedeva pochi anni fa.
È un lavoro che va sistematizzato in una routine di preparazione veloce prima di ogni conversazione importante, ma non è più un lavoro che richiede ore: sono minuti, se sai cosa cercare.
Il vero investimento di tempo va sulla prima e sulla quinta, ed è un investimento che ha un ritorno differito ma composto: nei primi anni non si vede ma poi, a un certo punto, si accumula abbastanza capitale, di conoscenza e di relazioni, che ogni singola conversazione con un cliente parte da un livello che gli altri non riescono a raggiungere e da quel momento la traiettoria delle proprie trattative cambia in modo strutturale.
Ho sviluppato un approccio strutturato per costruire e mantenere questo lavoro nel tempo, che fa parte di C.L.E.A.R. Selling e che approfondirò lì: la cosa più importante da portarsi dietro, però, è che le cinque fonti non sono tutte uguali. Se hai poco tempo per investire su questa parte del tuo mestiere, investi sulle due che pochi altri stanno usando davvero perché è lì che si costruisce la differenza.