La Mappa Del Segmento

La segmentazione che ti dà il marketing è un'ipotesi, non un fatto. Il tuo lavoro è trasformarla in realtà.

In ogni azienda B2B esiste una segmentazione che viene dal marketing, e che arriva al commerciale già confezionata: questi sono i tuoi segmenti, queste sono le industry, queste sono le persone con cui devi parlare, questo è il messaggio che dovrebbe funzionare meglio.

È un punto di partenza prezioso perché senza non sapresti dove iniziare, ma il problema nasce quando il commerciale tratta quella segmentazione come un fatto invece che come quello che è davvero: un'ipotesi costruita a tavolino, su dati aggregati e report di settore, che non ha ancora incontrato il mercato reale.

Una segmentazione del marketing non sa come reagisce un prospect specifico, non sa cosa lo muove davvero, non sa perché in un certo segmento le conversazioni si bloccano sistematicamente in un certo punto: quella parte la scopri solo sul campo, deal dopo deal, conversazione dopo conversazione, e quasi sempre quando inizi a guardarla con onestà scopri che la mappa che ti era stata data non corrisponde più al territorio che stai attraversando.

Il problema strutturale è che il commerciale medio non rivalida mai quella mappa: la eredita, la applica, e quando i risultati non arrivano si chiede cosa sta sbagliando lui, invece di chiedersi se la segmentazione di partenza fosse calibrata per la realtà che sta incontrando.
Non è una critica al marketing, e non è una critica al commerciale, ma è la natura del lavoro: chi costruisce la segmentazione lo fa con i dati che ha disponibili, e chi la applica sul campo è l'unico che può davvero verificarla. Quando questo passaggio di verifica non avviene, l'intera macchina commerciale lavora su un'approssimazione che nessuno aggiorna mai.

E un'approssimazione su un mercato competitivo costa caro perché i report di settore da cui derivano queste segmentazioni sono disponibili anche ai tuoi competitor: se ti limiti a seguirli, finisci per inseguire gli stessi clienti di tutti gli altri, con gli stessi messaggi, sulle stesse persone.
Il vantaggio strategico non sta lì, ma sta nel capire qualcosa che la segmentazione di partenza non vede ancora, e questo lavoro lo può fare solo chi è sul campo.

In questo momento in ContentSquare seguo il settore bancario, finanziario e assicurativo, quello che in azienda chiamiamo BFSI:: è un mercato verticale grande, complesso, con cicli decisionali lunghi e organizzazioni molto strutturate.

La segmentazione che mi arriva, costruita da chi del marketing e dello strategy fa il proprio lavoro con metodo, indica nel Lead of UX uno dei punti di ingresso chiave, con la promessa che a quel livello le conversazioni siano già preziose e capaci di aprire a scenari di business: è un'ipotesi ragionevole, supportata dai casi di successo che ContentSquare ha costruito storicamente, soprattutto sul mondo e-commerce, dove quella figura ha quasi sempre un mandato chiaro, un budget definito, e la capacità di muovere decisioni in tempi relativamente rapidi.

Quando ho cominciato ad applicare quella stessa ipotesi al BFSI, però, ho iniziato a vedere qualcosa che non tornava,:non sulla qualità delle persone, ma sulle condizioni in cui si trovavano a operare.

Le conversazioni partivano bene: le persone che incontravo erano preparate, competenti, spesso anche curiose rispetto a quello che ContentSquare poteva portare ma c'era un pattern che si ripeteva con regolarità, e che inizialmente non capivo: a un certo punto la conversazione si bloccava, non per ostilità, non per disinteresse, ma per una specie di sospensione.
La persona dall'altra parte non riusciva ad agganciare il discorso a un beneficio di business concreto e non perché non lo capisse, ma perché nella sua quotidianità non era quello il livello a cui le veniva chiesto di operare.

Un'interazione recente lo ha messo a fuoco molto chiaramente: avevamo coinvolto due persone del team UX, abbastanza senior nell'organigramma, manager e specialist con responsabilità apparentemente significative. La conversazione tecnica funzionava bene ma quando provavamo a spostarla sul perché certe scelte vengono fatte, su quali sono i requisiti di business che guidano la roadmap, su cosa l'azienda sta cercando di ottenere a un livello più alto, le risposte si fermavano.
Il motivo non era che le persone fossero impreparate: semplicemente lì dentro, in quel momento, la conversazione di business viveva altrove.

Quello che stavo incontrando, conversazione dopo conversazione, era un fenomeno strutturale del settore, non un caso isolato: nelle organizzazioni BFSI italiane il ruolo della UX è spesso diverso da quello che hai nel mondo e-commerce. Le banche, le assicurazioni, le società finanziarie hanno strutture molto più verticali, dove le decisioni di prodotto digitale passano attraverso comitati, dove il budget non è sempre gestito dalla UX ma da chi sopra di essa decide la digital transformation, dove la conversazione di business vera può vivere in parallelo, nel marketing, nella customer experience, nel digital transformation office, in alcuni casi addirittura nel CFO.

Il Lead of UX rimane un interlocutore prezioso ma non basta da solo: la mappa che mi era stata data andava arricchita con altri punti di ingresso che convivono con quello iniziale, non sostituiti, perché le decisioni in questo segmento si formano in più stanze contemporaneamente, e ne basta una scoperta troppo tardi per allungare un ciclo di sei mesi.

Da quell'esperienza, e dalle molte altre che ho vissuto negli anni in situazioni simili, ho costruito quello che chiamo Mappa del Segmento: non è uno strumento, è un modo di stare davanti alla segmentazione che ti viene data trattandola come la migliore ipotesi disponibile in quel momento, e impegnandosi a verificarla e raffinarla continuamente sul campo.

La differenza tra una segmentazione e una Mappa del Segmento è la stessa che c'è tra una fotografia e un film: la segmentazione è statica, scattata in un momento preciso con i dati disponibili in quel momento mentre la Mappa è dinamica, si aggiorna ogni volta che parli con un cliente, ogni volta che chiudi un deal, ogni volta che perdi una trattativa che pensavi di vincere. Quella perdita, in particolare, è una delle informazioni più preziose che esistano: ti sta dicendo qualcosa sulla mappa che la versione precedente non aveva ancora colto.

La domanda che guida questo lavoro è semplice da formulare e difficile da rispondere onestamente: perché alcuni clienti hanno più bisogno di quello che offro rispetto ad altri?
La risposta, quasi sempre, è meno ovvia di quanto sembri: i clienti che comprano la stessa cosa sono spesso molto diversi tra loro: settori diversi, dimensioni diverse, culture aziendali diverse. Quello che li connette quasi mai è una variabile demografica come l'industry o la dimensione ma è quasi sempre un insieme piccolo di elementi più sottili: un problema condiviso che si manifesta nello stesso punto del loro processo, una pressione comune che li sta spingendo a cercare una risposta proprio adesso, un momento specifico nella vita dell'azienda che rende il tema rilevante in un modo che sei mesi prima non sarebbe stato.

Trovare quei pochi elementi è il vero lavoro della segmentazione operativa: non è una domanda di industry o di company size, è una domanda di valore. Chi percepisce di più quello che porti? In quale momento della sua vita aziendale lo percepisce? In quale contesto interno la conversazione si apre invece di chiudersi?

Questo lavoro si lega direttamente a due cose di cui abbiamo già parlato in altri articoli: si lega alla Discovery con Prospettiva, perché senza una Prospettiva costruita prima della conversazione non hai modo di leggere i segnali che ti permettono di rivalidare la mappa e si lega alla Mappa del Problema, perché molto spesso quello che cambia tra un cliente che compra e uno che non compra non è la presenza del problema, ma il modo in cui quel problema è connesso ad altri elementi della loro situazione interna.
Una Mappa del Segmento che funziona è il risultato di centinaia di Mappe del Problema costruite con singoli clienti, da cui emergono pattern che la segmentazione di partenza non aveva visto.

Quello che cambia, oggi, è la velocità con cui questo lavoro si può fare_ con gli strumenti di intelligenza artificiale disponibili è possibile costruire e testare ipotesi di segmentazione molto più rapidamente di quanto fosse possibile anche solo due anni fa. Puoi formulare un'ipotesi su un sotto-segmento, raccogliere segnali rapidi su come quel sotto-segmento si comporta in altri mercati, validarla in poche conversazioni mirate invece che in mesi di tentativi.
La parte umana del lavoro non scompare: deve sempre passare attraverso conversazioni reali con clienti reali ma il tempo tra la formulazione di un'ipotesi e la sua prima verifica si è accorciato in modo significativo.

C'è una cosa importante da capire prima di andare avanti: la Mappa del Segmento non si costruisce per descrivere il mercato, si costruisce per decidere dove giocare. Questa è una distinzione fondamentale.
Una descrizione del mercato è un esercizio analitico che può essere infinitamente raffinato senza mai produrre azione mentre una decisione su dove giocare è un atto che richiede di scegliere e di rinunciare. La maggior parte dei team commerciali confonde le due cose: passa tempo enorme a descrivere segmenti che il marketing ha già descritto, e pochissimo tempo a decidere quali di quei segmenti meritano davvero la sua attenzione in quel trimestre, in quel semestre, in quell'anno.

Sulla carta tutto questo sembra ovvio eppure, nella maggior parte delle organizzazioni commerciali che ho visto da dentro, la rivalidazione della segmentazione non avviene. La mappa arriva dal marketing, viene applicata sul campo, e nessuno la aggiorna sistematicamente sulla base di quello che il campo sta restituendo e i motivi non sono individuali, sono strutturali, per questo vale la pena nominarli apertamente.

  1. Il primo motivo è che la segmentazione, quando arriva dal marketing, ha un'autorità implicita che pochi mettono in discussione. È stata costruita da persone competenti, con dati che sembrano oggettivi, in un processo che ha richiesto tempo e risorse: metterla in discussione sembra, dall'esterno, un gesto presuntuoso da parte di un singolo commerciale. Chi sei tu per dire che la segmentazione costruita dallo strategy team non funziona?
    Eppure tu sei l'unica persona che la sta verificando ogni giorno, conversazione dopo conversazione, mentre chi l'ha costruita raramente entra in una stanza con un cliente. Quella legittimità implicita scoraggia un lavoro che invece sarebbe naturale fare.

  2. Il secondo motivo è che il sistema di misurazione raramente premia chi rivalida. I commerciali vengono valutati sui numeri di pipeline e di chiusura, non sulla qualità delle ipotesi che riportano internamente: se rivalidare la segmentazione e proporne una versione più calibrata costa tempo che potrebbe essere speso a generare pipeline contro target a breve termine, l'incentivo è sempre a spendere quel tempo sulla pipeline. Anche quando rivalidare farebbe la differenza nel medio termine, nel breve termine sembra un'attività che ti porta fuori dalla traiettoria di execution che ti viene chiesta.

  3. Il terzo motivo è che la rivalidazione richiede una qualità di osservazione che non viene quasi mai insegnata. Per capire perché un certo sotto-segmento non risponde come atteso non basta osservare che non risponde ma bisogna saper distinguere tra cause diverse: è il messaggio sbagliato? È la persona sbagliata? È il momento sbagliato? È un problema di brand awareness in quel verticale? È una caratteristica strutturale del settore che la segmentazione di partenza non aveva colto, come è successo a me con il BFSI?
    Queste sono distinzioni sottili, che richiedono di guardare ogni conversazione persa con curiosità invece che con frustrazione, e di fare ipotesi sui pattern che emergono solo dopo decine di interazioni: senza questa abitudine mentale, ogni deal perso resta un caso isolato e nessuna mappa viene mai aggiornata.

  4. Il quarto motivo è il più sottile, e riguarda la cultura interna delle aziende stesse. Molte organizzazioni commerciali trattano le informazioni che vengono dal campo come dati secondari, mentre considerano primari i dati che arrivano da fonti più strutturate: report di settore, analisi degli analyst, casi di successo storici, dashboard di marketing.
    Il commerciale che torna da una conversazione e dice "questo segmento si comporta diversamente da come ce lo eravamo immaginato" raramente trova un canale efficace per far entrare quella informazione nel sistema. Spesso resta un'osservazione condivisa col proprio manager, che la usa per il proprio buon senso, ma che non torna mai indietro a chi ha costruito la segmentazione originale per aggiornarla.
    Così il loop si interrompe, e la mappa che viene applicata l'anno successivo è la stessa dell'anno precedente, anche se il mercato nel frattempo ha mostrato qualcosa di diverso.

La conseguenza di tutto questo è che la maggior parte delle aziende continua a operare su una segmentazione che è già obsoleta nel momento in cui viene applicata ma perché nessuno ha la responsabilità esplicita di aggiornarla. La Mappa del Segmento, intesa come pratica continua di rivalidazione, è uno dei pochi vantaggi competitivi che un commerciale può costruire da solo, anche dentro organizzazioni che strutturalmente non ti chiedono di farlo.

Costruire una Mappa del Segmento non è un'attività che richiede tempo dedicato a parte: è un modo di organizzare quello che già fai, applicando una disciplina sistematica a osservazioni che altrimenti rimarrebbero scollegate tra loro.

  • Il primo passo è esplicitare l'ipotesi di partenza. Sembra banale, ma quasi nessuno lo fa: prendi la segmentazione che ti è arrivata e mettila per iscritto come ipotesi, non come fatto. Per il segmento X, l'ipotesi è che il punto di ingresso giusto sia la persona Y, che il problema rilevante sia Z, che il momento giusto sia caratterizzato da W: scriverlo in modo esplicito serve a una cosa precisa: ti permette di sapere quando un'ipotesi viene smentita.
    Se la mappa rimane implicita nella tua testa, ogni deal perso diventa un'esperienza individuale ma se è esplicita, ogni deal diventa un test sull'ipotesi, e i pattern emergono in tempi molto più rapidi.

  • Il secondo passo è disciplinare la raccolta dei segnali. Ogni conversazione importante con un prospect, ogni deal chiuso, ogni deal perso, dovrebbero produrre almeno un'osservazione che torna nella mappa. Non un report formale, ma un appunto onesto: cosa di quello che ho visto conferma l'ipotesi di partenza, cosa la mette in discussione, cosa apre una domanda che prima non avevo. Bastano poche righe, ma fatte con regolarità: la forza non sta nel singolo appunto, sta nell'accumulo. Dopo trenta o quaranta osservazioni, i pattern iniziano a emergere da soli, in modo molto più affidabile di qualsiasi analisi fatta a tavolino.

  • Il terzo passo è formulare ipotesi alternative quando l'ipotesi originale mostra crepe e non aspettare di averne la prova definitiva. Se in dieci conversazioni in un certo segmento la persona indicata come punto di ingresso non riesce ad agganciare il discorso al business, è già abbastanza per formulare un'ipotesi nuova: forse il vero interlocutore vive da un'altra parte.
    A quel punto, invece di continuare ad applicare la mappa vecchia, inizi a testare la nuova in parallelo: mantieni la prima per non bruciare opportunità, ma cominci a costruire conversazioni con un altro tipo di persona, in un'altra funzione, e vedi se i segnali cambiano. È un lavoro che si fa lentamente, ma è quello che alla fine produce una mappa che funziona davvero.

  • Il quarto passo è cercare i clienti che non avrebbero dovuto comprare. Quei deal vinti con persone che la segmentazione non aveva previsto, in segmenti che sulla carta non erano prioritari, sono una miniera di informazioni: quasi sempre nascondono un sotto-segmento che la mappa di partenza non aveva visto. Studiare questi casi con la stessa attenzione che si dedica ai deal persi è uno dei modi più efficaci per scoprire dove il vero valore vive nascosto.

  • Il quinto passo è restituire le informazioni a chi ha costruito la segmentazione originale: questo è il passo che chiude il cerchio, ed è quello che quasi nessuno fa. Quando hai accumulato osservazioni abbastanza solide da formulare una proposta di affinamento della mappa, vale la pena portarla esplicitamente a chi del marketing o dello strategy team gestisce la segmentazione di partenza e non come critica, ma come arricchimento.
    Le aziende mature accolgono questo tipo di contributo, perché capiscono che il campo è l'unico posto dove la segmentazione si verifica davvero: quelle che non lo accolgono ti stanno dicendo qualcosa di importante sulla loro cultura, ed è un'informazione utile anche per te.

Oggi gli strumenti di intelligenza artificiale rendono molti di questi passi più rapidi perché esplicitare ipotesi, raccogliere segnali in modo strutturato, identificare pattern in conversazioni passate, formulare ipotesi alternative basate su segnali esterni: tutto questo si fa in una frazione del tempo che richiedeva qualche anno fa ma la parte umana del lavoro rimane insostituibile. Nessuno strumento può sostituire il giudizio che si forma stando in una conversazione vera con un cliente vero, e cogliendo il momento in cui la mappa che avevi in testa smette di corrispondere alla persona che hai davanti.

La cosa più importante da portarsi dietro è una sola: la Mappa del Segmento non si costruisce per descrivere il mercato, si costruisce per decidere dove giocare. Ogni rivalidazione che fai dovrebbe portarti più vicino a una decisione concreta, su quali segmenti raddoppiare, su quali sotto-segmenti aprire una nuova prospettiva, da quali invece allontanarti perché stai consumando energia in cambio di poco ritorno. Una mappa che non porta a queste decisioni è solo un esercizio intellettuale.

La Mappa del Segmento non è un esercizio isolato ma è una delle competenze che attraversano tutto il modo in cui un commerciale enterprise dovrebbe costruire la propria attività sul territorio, e si lega in modo diretto a tutto quello di cui abbiamo parlato in altri articoli: alla Mappa del Business del Cliente, perché non si può rivalidare un segmento senza capire in profondità almeno alcuni dei clienti che lo compongono; alla Discovery con Prospettiva, perché ogni conversazione che fai è una possibilità di confermare o smentire l'ipotesi di partenza; alla Mappa del Problema, perché i sotto-segmenti che contano davvero quasi sempre emergono guardando come uno stesso problema si manifesta in modi diversi in contesti aziendali diversi.

Ho sviluppato un approccio strutturato per costruire e mantenere questa Mappa nel tempo, che fa parte di C.L.E.A.R. Selling e che approfondirò lì: la cosa più importante da portarsi dietro, però, posso dirla anche adesso, ed è il punto su cui torno ogni volta che faccio formazione o che parlo con un altro commerciale che si trova in una situazione simile alla mia.

Non segmentare per descrivere, perché non è il tuo lavoro: descrivere il mercato è un esercizio analitico che può essere infinitamente raffinato senza mai produrre nessuna decisione.
Il tuo lavoro è segmentare per decidere dove giocare: dove investire il tempo del prossimo trimestre, su quali sotto-segmenti aprire una nuova prospettiva, da quali allontanarti perché stai consumando energia in cambio di poco ritorno. Ogni rivalidazione che fai dovrebbe portarti più vicino a una decisione di questo tipo e se non lo fa, stai facendo descrizione, non segmentazione.

La decisione su dove giocare, in un mercato dove tutti partono dagli stessi report di settore, è uno dei pochi vantaggi competitivi che un commerciale può ancora costruire da solo.

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